

88. Le origini dell'imperialismo giapponese.

Da: J. Chesneaux, L'Asia orientale nell'et dell'imperialismo,
Einaudi, Torino, 1969.

Nel seguente passo lo storico francese Jean Chesneaux, attento
studioso delle vicende asiatiche, evidenzia come l'imperialismo
giapponese fra le due guerre pot contare su un vasto consenso
interno. L'espansione territoriale, infatti, non soddisfaceva
solamente l'interesse dei grandi gruppi industriali a trovare
nuovi mercati e materie prime per una produzione in continuo
aumento, ma coincideva anche con l'aspirazione ad un Grande
Giappone padrone dell'Asia centrale, diffusa nell'esercito,
presso le classi medie urbane e fra i contadini. Alle tendenze
dell'opinione pubblica corrispondevano gli schieramenti politici:
partiti tradizionali borghesi e destra militarista e nazionalista
concordavano sugli obiettivi di politica estera, mentre le
sinistre, indebolite dalle divisioni e dai contrasti interni, non
erano in grado di esercitare un'efficace opposizione.


La trasformazione del Giappone in grande paese industriale si
accentua nel periodo che va dalla guerra russo-giapponese [1904-
1905] alla seconda guerra mondiale. La produzione di ghisa passa
da 145.000 tonnellate a 3.355.000, quella del carbone da 13
milioni di tonnellate a 41.800.000, la lunghezza delle strade
ferrate da 7000 a 23.000 chilometri. Il commercio con l'estero
accusa un nuovo incremento di importazioni di materie prime e di
esportazioni di prodotti finiti, che passano rispettivamente dal
33 per cento al 62 per cento e dal 31 per cento al 58,4 per cento
del totale tra il 1903-1907 e il 1933-1936. La produzione
agricola, invece, nonostante alcuni progressi tecnici, non si
sviluppa con lo stesso ritmo: dato come indice 100 il 1920, nel
1934 essa  salita soltanto a 101, mentre la produzione di
prodotti minerali ha raggiunto l'indice 141 e quella di pesce
l'indice 151,4. I piccoli proprietari terrieri rimangono
subordinati con legami semifeudali ai notabili rurali, e la loro
miseria si traduce ancora in repentini scoppi di violenza, come le
sommosse del riso del 1918.
Il fatto nuovo  costituito dalla massiccia spinta espansionistica
in Asia orientale. Il Giappone diviene esportatore di capitali: il
debito pubblico straniero, che nel 1903 ammonta a 93 milioni di
yen, passa a 1.525.000.000 nel 1914, e nel 1937  ancora di
1.317.000.000. Gli investimenti giapponesi in Cina, pressoch
trascurabili agli inizi del secolo, salgono a 439 milioni di yen
nel 1914 e a 2.274.000.000 nel 1930. I grandi zaibatsu (cartelli e
trusts) sono particolarmente interessati a questa espansione, che
apre loro nuovi mercati, procura materie prime e assicura ai
capitali rapidi profitti: i gruppi Mitsui e Mitsubishi controllano
da vicino i grandi organismi finanziari dell'espansione coloniale
giapponese. [...] Ma il sogno di un Dai Nippon (Grande Giappone)
padrone dell'Asia orientale ha radici sociali molto pi profonde
nell'esercito, nella classe media delle citt e tra i contadini, e
riflette insieme il desiderio di una vita migliore e un confuso
sentimento di solidariet panasiatica diretta contro le potenze
coloniali bianche.
L'impero coloniale giapponese propriamente detto comprende Formosa
e le Pescadores, la Corea - annessa nel 1910 -, alcuni arcipelaghi
del Pacifico sottratti alla Germania con il Trattato di
Versailles, e Port Arthur; in tutti questi territori il Giappone
pratica una politica di sfruttamento coloniale puro e semplice,
sia dal punto di vista economico sia da quello giuridico. Occorre
per aggiungere alla lista le posizioni acquisite dal Giappone in
Cina nel primo trentennio del secolo ventesimo - miniere,
fabbriche e ferrovie, concessioni, diritto di stanza delle truppe,
eccetera -, posizioni importanti soprattutto nel Nord-Est, ancor
prima della formazione dello Stato fantoccio del Manchouguo: nel
1930 questa regione rappresentava il 60 per cento degli
investimenti giapponesi in Cina. Se il Giappone ha urtato contro
una certa resistenza da parte degli Occidentali, in particolare
nel 1921-'22 [quando, alla conferenza internazionale di
Washington, le ambizioni espansionistiche giapponesi vennero
sensibilmente ridimensionate], li ha per costretti nel complesso
a fargli posto in Cina, sfruttando le circostanze favorevoli
determinate dalla prima guerra mondiale e dall'ostilit delle
potenze nei confronti della Russia sovietica a partire dal 1917.
Le potenze hanno ottenuto per la rinuncia da parte del Giappone
ai suoi progetti di conquista della Siberia orientale, avanzati
nel 1918, all'epoca dell'intervento alleato contro il potere
sovietico.
In questo periodo la politica interna giapponese  dunque dominata
dal problema del-
l'espansione. La Sinistra e il movimento operaio si sono
rafforzati (da 400.000 operai occupati nell'industria nel 1900 si
passa a 3 milioni nel 1937), ma rimangono deboli e divisi; il
Partito comunista, fondato nel 1921,  in cattivi rapporti con i
tre o quattro partiti socialdemocratici rivali esistenti intorno
al 1920. Nel 1925 la Sinistra ha ottenuto l'istituzione del
suffragio universale, ma le sue possibilit di azione sono
rigidamente limitate da una severa Legge sul mantenimento
dell'ordine, promulgata nello stesso anno. Nelle elezioni del
1928 i partiti operai ottengono soltanto otto seggi, e diciotto
nel 1936: non sono dunque in numero sufficiente per sviluppare
un'autentica opposizione a quella politica imperialista che essi
condannano.
Sono ancora i partiti tradizionali a controllare il gioco
politico: essi rimangono delle fazioni, anche se il suffragio
universale ha ampliato la loro sfera di influenza, e intorno al
1920 riescono a formare una serie di ministeri sostenuti da una
maggioranza parlamentare. Il conflitto che li oppone all'estrema
Destra militarista e ultranazionalista verte per soltanto sul
ritmo e sui modi dell'espansione giapponese in Asia orientale, e
non sui principi: i grandi zaibatsu, cui sono strettamente legati,
sono infatti favorevoli a un'espansione progressiva, che eviti gli
urti troppo violenti.
I partiti borghesi furono dunque ineluttabilmente condotti a
cedere alla spinta nazionalista dello stato maggiore e delle
societ segrete; a un certo punto tentarono di epurare l'esercito
e di ridurre le spese militari, ma una serie di assassini politici
e di Putsche militari pose fine a tale breve esperienza di governo
parlamentare. D'altro canto, la crisi economica del 1929 prov
duramente il Giappone, favorendo la demagogia anticapitalistica e
antiparlamentare dell'estrema Destra: a partire dal 1932 il potere
fu nelle mani dei militari. La guerra contro la Cina, voluta dallo
stato maggiore, ottenne nel 1937 l'appoggio della grande
maggioranza dell'opinione pubblica giapponese.
